Ansia e Attacchi di Panico: sintomi, cause e come superarli
- Gianluca Zamuner
- 4 giorni fa
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Il fiato corto, il battito accelerato, i tremori e quella sensazione improvvisa e travolgente che stia per accadere qualcosa di terribile, persino di morire. È così che può presentarsi un attacco di panico.
Il disturbo di panico è stato introdotto come categoria diagnostica nel DSM-III nel 1980 e viene descritto come una comparsa improvvisa di paura o disagio intensi, che raggiungono il picco in pochi minuti e possono accompagnarsi a sintomi come palpitazioni, sudorazione, tremori, sensazione di soffocamento, nausea e sensazione di perdita di controllo.

Gli attacchi di panico sono un fenomeno relativamente frequente. Una grande indagine epidemiologica statunitense ha stimato che circa il 28,3% della popolazione possa sperimentare almeno un attacco di panico nel corso della vita (Kessler et al., 2006).
Ma per alcune persone il problema non finisce quando il battito torna normale. La paura di una nuova crisi può portare a controllare continuamente il corpo, evitare determinate situazioni o cercare la presenza di qualcuno che possa aiutare. E se succedesse di nuovo? E se svenissi? E se mi capitasse quando sono da solo? E qui si crea un paradosso: nel tentativo di impedire che possa ricapitare, la persona può finire inconsapevolmente per alimentare proprio il meccanismo che mantiene la paura. È uno dei paradossi del panico: nel tentativo di risolvere il problema, si possono mettere in atto comportamenti che finiscono per mantenerlo.
Quando la paura diventa limitante
La paura non è di per sé un problema. È una risposta naturale che segnala una possibile minaccia e prepara a reagire. Nella prospettiva descritta da Nardone, la distinzione importante riguarda soprattutto quanto la paura finisca per limitare la possibilità di vivere, scegliere e agire (Nardone, 2016). Una persona può iniziare evitando un supermercato, un viaggio, una strada trafficata o un luogo affollato. In altri casi può avere bisogno di essere accompagnata. Quando le rinunce si moltiplicano, la vita può progressivamente organizzarsi non più intorno a ciò che si desidera fare, ma intorno a ciò che si teme possa accadere.
Il circolo vizioso degli attacchi di panico
Il funzionamento può essere rappresentato così:
PERCEZIONE DI UNA MINACCIA → AUMENTO DELLA PAURA → CONTROLLO DELLE
REAZIONI → ALTERAZIONE DELLE SENSAZIONI → ULTERIORE PAURA → FUGA O RICHIESTA DI AIUTO.

Immaginiamo una persona in mezzo alla folla che avverte un leggero aumento del battito. Se comincia a controllarlo attentamente, può diventare ancora più sensibile a ogni variazione. La sensazione viene interpretata come un segnale di pericolo, la paura aumenta e l'attivazione fisiologica cresce. A quel punto può comparire il bisogno urgente di uscire, sedersi, telefonare a qualcuno o raggiungere un luogo ritenuto sicuro. Il paradosso è che il tentativo di controllare ciò che dovrebbe rimanere spontaneo può aumentare proprio ciò che si vorrebbe ridurre.
Le tentate soluzioni: quando ciò che protegge mantiene il problema
Nel modello strategico sono state individuate, tra le principali tentate soluzioni, tre modalità ricorrenti:
- evitare ciò che spaventa;
- chiedere aiuto o protezione;
- cercare di controllare le proprie reazioni.
L'evitamento funziona nell'immediato: se non entro in quel luogo, non provo quella paura. Allo stesso tempo evitare il luogo conferma alla persona di non essere in grado di poter superare la paura stessa, aumentando così la percezione di pericolo.
La richiesta di protezione produce sollievo, ma può rinforzare l'idea “da solo non ce la faccio”.
Il controllo delle sensazioni, infine, può trasformarsi in un'attenzione continua verso il corpo.
Così una soluzione temporanea può diventare parte del problema. Non perché sia “sbagliata” in assoluto, ma perché la sua ripetizione rigida modifica il modo in cui la persona percepisce se stessa e la realtà (Nardone, 2016).
La prospettiva della Terapia Breve Strategica
La Terapia Breve Strategica non si focalizza nel cercare una risposta alla domanda “perché mi è venuto il panico?”, si concentra nell’individuare i meccanismi di mantenimento del problema e si pone una domanda più operativa: come funziona oggi il problema e che cosa lo mantiene?
Il concetto di sistema percettivo-reattivo descrive proprio il circuito tra ciò che una persona percepisce come minaccioso e il modo in cui reagisce. Quando questo circuito diventa rigido, alcune reazioni vengono ripetute automaticamente e le tentate soluzioni finiscono per alimentare il problema (Nardone & Watzlawick, 1990; Nardone, 2016).
L'obiettivo dell'intervento è produrre un cambiamento nel modo di percepire e reagire, attraverso esperienze capaci di modificare concretamente il funzionamento del problema.
Un esempio
Immaginiamo Marco che dopo un primo episodio di panico in autostrada inizi a guidare solo se accompagnato da un’altra persona per sentirsi sicuro che qualcuno lo soccorra o lo aiuti nel caso gli risucceda di nuovo. Prima di ogni viaggio controlla il battito, poi il respiro, poi la distanza dal primo casello. Ogni viaggio diventa una verifica. Come sto? Quanto manca? E se mi sento male? Per qualche settimana la strategia sembra funzionare. Marco arriva a destinazione. Ma la sua fiducia non cresce: cresce la convinzione che sia riuscito a farcela solo grazie ai controlli e alla presenza di qualcuno. L'auto diventa così un luogo da affrontare con precauzioni sempre maggiori. Il problema, in questo esempio, non è soltanto la paura dell'autostrada. È il circuito che collega paura, controllo, protezione ed evitamento.
Come può intervenire la terapia
Un percorso strategico parte dalla definizione precisa del problema: quando compare, cosa lo precede, che cosa la persona fa per gestirlo e quali effetti ottiene. Le domande terapeutiche servono a distinguere il funzionamento specifico del caso perché problemi apparentemente simili possono essere mantenuti da meccanismi differenti.

L'obiettivo dell'intervento è produrre un cambiamento nel modo di percepire e reagire, attraverso esperienze capaci di modificare concretamente il funzionamento del problema. In questo processo può assumere un ruolo importante quella che in psicoterapia viene definita “esperienza emozionale correttiva”: un'esperienza che permette alla persona di sperimentare, in condizioni differenti, una modalità nuova di affrontare ciò che in precedenza percepiva come minaccioso o incontrollabile (Alexander & French, 1946).
Quando chiedere aiuto
Può essere utile rivolgersi a uno psicologo o psicoterapeuta quando l'ansia e gli attacchi di panico limitano la vita quotidiana, portano a evitare situazioni, richiedono continuamente la presenza di altre persone o interferiscono con lavoro, studio, relazioni e spostamenti.
Un criterio semplice è osservare quanto spazio la paura sta occupando nella propria vita.
Domande frequenti
Perché dopo un attacco di panico ho paura che ricapiti?
Una prima crisi può rendere la persona molto attenta alle sensazioni corporee e alle situazioni associate alla crisi. La paura della paura può così diventare un elemento centrale del problema.
Perché controllare il battito può aumentare l'ansia?
Il controllo focalizza l'attenzione su una funzione normalmente spontanea. Più la persona cerca variazioni, più può accorgersi di sensazioni che altrimenti passerebbero inosservate, interpretandole come segnali di pericolo.
Evitare le situazioni aiuta a superare il panico?
Evitare può ridurre la paura nell'immediato, ma se diventa sistematico può impedire di recuperare fiducia nelle proprie capacità e contribuire a mantenere il problema.
La Terapia Breve Strategica può essere utile per gli attacchi di panico?
Sì. Nei dati riportati da uno studio condotto al Centro di Terapia Strategica, oltre il 90% dei casi di attacchi di panico associati ad agorafobia riportò una risoluzione del problema dopo un trattamento di circa 10 sedute.
Se riconosci in queste descrizioni qualcosa che riguarda la tua esperienza e senti che il panico sta restringendo ciò che puoi fare, può essere utile approfondire la situazione insieme a uno psicoterapeuta.
BIBLIOGRAFIA
Alexander, F., & French, T. M. (1946). Psychoanalytic Therapy: Principles and Application. New York: Ronald Press.
American Psychiatric Association. (1980). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (3rd ed.). Washington, DC: American Psychiatric Association.
American Psychiatric Association. (2022). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (5th ed., text rev.; DSM-5-TR). Washington, DC: American Psychiatric Association.
Kessler, R. C., Chiu, W. T., Jin, R., Ruscio, A. M., Shear, K., & Walters, E. E. (2006). The epidemiology of panic attacks, panic disorder, and agoraphobia in the National Comorbidity Survey Replication. Archives of General Psychiatry, 63(4), 415–424.
Nardone, G. (2003). Non c'è notte che non veda il giorno. La terapia in tempi brevi per gli attacchi di panico. Milano: Ponte alle Grazie.
Nardone, G. (2016). La terapia degli attacchi di panico. Liberi per sempre dalla paura patologica. Milano: Ponte alle Grazie.
Nardone, G., & Watzlawick, P. (1990). L'arte del cambiamento. La soluzione dei problemi psicologici e interpersonali in tempi brevi. Milano: Ponte alle Grazie.